IL PARLAMENTO EUROPEO: "IL MODELLO ITALIANO DI MEDIAZIONE PUO' DIVENTARE LA 'BEST PRACTICE' EUROPEA"

 

Perché l’istituto della mediazione ad oggi è in procinto di decollare solo in Italia? La risposta in diretta dal Parlamento europeo in occasione della conferenza internazionale dal titolo “Il giusto rapporto tra giurisdizione e mediazione: modelli, esperienze e proposte”, tenutasi venerdì scorso presso la Corte di Cassazione. In un Aula Magna gremita di partecipanti provenienti dai 5 continenti, Arlene McCarthy, europarlamentare e relatore della Direttiva sulla mediazione, ha annunciato che il Parlamento di Strasburgo ha già depositato un’interrogazione alla Commissione di Bruxelles che ha il fine ultimo di: “esigere dagli Stati membri un numero minimo di mediazioni all’anno, per contribuire in modo concreto e misurabile a facilitare l’accesso alla giustizia dei casi che più lo meritano”. L’interrogazione al plenum dell’Europarlamento si basa sulla teoria dell’Indice di relazione bilanciata tra processi e mediazioni, desumibile dall’articolo 1 della Direttiva europea sulla mediazione, attuata in Italia con il Dlgs 28/2010: una percentuale del contenzioso civile deve essere gestito tramite mediazione. Ciascuno stato membro determina tale percentuale minima, ma se non lo fa, o non raggiunge la percentuale fissata, il diritto comunitario va ritenuto violato, e le norme interne vanno cambiate di conseguenza.

Per quanto la Direttiva abbia lasciato gli Stati membri liberi di scegliere se rendere la mediazione obbligatoria o meno, la McCarthy non esita a definire del tutto “insoddisfacenti i risultati raggiunti in tutti gli altri Paesi europei”, che sino ad ora hanno optato per la volontarietà del tentativo di conciliazione. McCarthy indica allora nel modello italiano “una possibile best practice europea” in materia di mediazione. “Nonostante le polemiche [il riferimento è qui agli scioperi di parte dell’avvocatura contro la legge sulla mediazione. Ndr’]”, si legge infatti nella recente Risoluzione dell’emiciclo di Strasburgo, “i risultati raggiunti, in particolare in Italia … dimostrano che la mediazione può contribuire a una soluzione extragiudiziale conveniente e rapida delle controversie …”.

D’accordo con Strasburgo sull’inevitabilità del meccanismo del tentativo obbligatorio il primo presidente della Corte di Cassazione, Ernesto, secondo cui “la scelta dell’obbligatorietà è stata dovuta alla necessità di forzare un cambiamento culturale che altrimenti sarebbe sicuramente mancato”. E “d’accordo in pieno” con il Presidente Lupo, intervenendo subito dopo, si è detto Michele Vietti, vice-presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, che ha definito “l’obbligatorietà … positiva per la necessità di vincere quelle resistenze culturali interne che anche le corporazioni giudiziarie fanno registrare”. Vietti ha però insistito sulla necessità di “competenze elevate e specifiche” nei soggetti che offrono il servizio di mediazione, che dovrà portare a “non emulare, nel mediatore, la figura del magistrato generalista” e a “favorirne la specializzazione”

Parole analoghe sono venute da Giovanni Canzio, presidente della Corte d’Appello di Milano che, richiamando la normativa europea, ha insistito sulla necessità del meccanismo del tentativo obbligatorio, “pena l’irrilevanza degli strumenti alternativi nel ridurre i carichi giudiziali e dunque nel contribuire a migliorare la giustizia civile in Italia”.

Le ragioni dell’avvocatura europea sono state portate da Christian Duve, avvocato tedesco e rapporteur sulla mediazione in seno al CCBE, l’organismo che riunisce i Consigli nazionali forensi d’Europa. Il panorama europeo - ha affermato Duve – è assai variegato, ma “l’avvocatura europea non ha nulla in contrario a forme di tentativo obbligatorio di conciliazione, purché non impediscano l’accesso alla giustizia. Lo stesso Duve ha infine richiamato la sentenza della Corte europea di giustizia che ha riconosciuto compatibile con il diritto comunitario le norme italiane che prevedono il meccanismo del tentativo obbligatorio di conciliazione in materia di telecomunicazioni.

Favore e interesse per il modello italiano anche da Lord Jonathan Mance, giudice della Corte suprema di Inghilterra e Galles, secondo cui il previo esperimento della mediazione da parte dei litiganti corrisponda oramai a una “vera e propria aspettativa” da parte dei magistrati del Regno Unito. Diversa ma simile la situazione in Francia, dove secondo Gerard Pluyette, presidente della Corte di Cassazione francese, l’atteggiamento dei giudici e le norme più recenti oltralpe (in particolare quella che consente ai giudici di ordinare alle parti di partecipare a una sessione informativa sulla mediazione, prima di procedere con il giudizio) “mirano a rendere il tentativo di conciliazione come di fatto obbligatorio”.

Grande interesse ha infine destato la relazione di Patricia Bergin, Presidente della Corte Suprema dello stato australiano del New South Wales, ove il tentativo obbligatorio di mediazione esiste oramai da venti anni. Secondo la Bergin, gli studi dimostrano che “il tasso di successo della mediazione nelle materie in cui il tentativo è obbligatorio è analogo a quello nei casi dove il tentativo è volontario; inoltre, anche il tasso di gradimento espresso dai partecipanti ai tentativi obbligatorio e volontario è comparabile”. La sola differenza è che nelle materie obbligatorie il numero di casi mediati è, ovviamente, assai maggiore. Da qui la spinta verso una generalizzazione del tentativo di conciliazione in Australia.